Durante i nove mesi
di gravidanza ogni mamma porta con sé il
proprio figlio nell’ambiente caldo e
protettivo dell’utero al cui interno
avvengono importanti scambi non solamente di
natura biologica ma anche psico-affettivi.
Il feto vive in totale dipendenza dalla
madre, riceve il nutrimento necessario alla
sua sopravvivenza, vive con lei emozioni e
stati d’animo, sente il ritmo dei suoi
battiti cardiaci, in un ambiente che lo
avvolge e lo contiene. Una volta nato il
bambino ha bisogno di ritrovare, anche
all’esterno, l’ambiente sensoriale ed
affettivo con il quale per nove mesi ha
vissuto nel grembo materno. Egli ha dunque
necessità di contatto fisico, di essere
avvolto in un abbraccio al contempo dolce e
rassicurante; comprendere e soddisfare
questo bisogno significa infondere quella
sicurezza che è alla base di un buon
sviluppo individuale.
Nell’allattamento al
seno, questa necessità è pienamente
soddisfatta: il contatto fisico del bambino
con la mamma è di grandissima intensità ed
accompagnato da sensazioni olfattive, di
morbidezza e calore; egli si rilassa ed il
suo respiro si fa più regolare. Anche la
madre riceve stimolazioni sensoriali
piacevoli, avverte un’intensa sensazione di
benessere, si sente gratificata e
realizzata. L’atto del nutrire si carica in
questo modo di un forte significato sia per
il bambino che per la mamma. Capita
frequentemente di osservare che durante
questo intimo momento tra madre e figlio, il
neonato fissi a lungo il volto della madre;
l’atto che la madre compie ricambiando lo
sguardo infonde quel bisogno di sicurezza,
di sentirsi confermato nella propria
esistenza che ogni neonato chiede.
Sebbene abbia questa
valenza così significativa nel rapporto
madre-figlio, non si deve dimenticare che in
alcuni casi l’allattamento al seno non è
possibile e si deve ricorrere al biberon;
come vivere dunque l’allattamento
artificiale in maniera soddisfacente ed
appagante sia per la mamma che per il bimbo?
A questo proposito
faccio riferimento alla teoria
dell’adattamento dello psicanalista
britannico John Bowlby. Egli aveva osservato
gli effetti negativi sullo sviluppo
infantile della mancanza di protezione e
cura, in particolare in seguito a
separazioni e perdite particolarmente
traumatiche, quali quelle subite dai bambini
ospedalizzati e orfani di guerra. In seguito
a queste osservazioni, Bowlby sviluppò
l’ipotesi secondo la quale il bambino si
attaccherebbe alla madre in prima istanza
per soddisfare un bisogno primario di
vicinanza e protezione, condizione basilare
per avviare l’esplorazione del mondo fisico
e sociale. Bolwby porta dunque l’attenzione
sull’importanza fondamentale delle cure
materne nella prima infanzia ritenendo
necessario che si instauri una relazione
continuativa, intima e amorevole, nella
quale madre e figlio provino soddisfazione e
gioia e grazie alla quale il bambino possa
vedere nella propria madre una ‘base
sicura’.
All’inizio della vita
l’essere nutriti equivale all’essere amati e
il bisogno biologico legato
all’alimentazione, dunque,
è
presente insieme a un altro bisogno,
anch’esso fondamentale, quello di essere
amati, nutriti d’amore, di essere desiderati
ed accettati per quello che si è.
Se una donna deve
allattare artificialmente il proprio figlio
è dunque importante che sia mantenuto il
forte valore simbolico che ha l’atto del
dare nutrimento. Il momento
dell’allattamento al biberon non deve dunque
esser vissuto come un semplice dovere
nutrizionale ma come un momento di intima
relazione affettiva col proprio figlio. È
necessario scegliere un ambiente tranquillo,
non rumoroso, dove la relazione mamma-bimbo
possa esser vissuta senza distrazioni ed
interruzioni, è altresì fondamentale
disporre di un ampio periodo di tempo per
poter nutrire il proprio bambino senza
fretta.
Il neonato ha bisogno
di trovare sostegno, amore e sicurezza
emotiva e la mamma, attraverso l’atto del
nutrire, è chiamata a fornirgliela, sia
grazie all’allattamento al seno che mediante
quello artificiale; queste prime esperienze
nutritive circondate da amore, favoriscono
la creazione di un profondo legame, basilare
per lo sviluppo di sé e di tutti i rapporti
futuri.
John Bowlby,
Una
base sicura. Applicazioni cliniche della
teoria dell’attaccamento,
Cortina Raffaello Editore
John Bowlby,
Attaccamento e perdita, Bollati
Boringhieri